La cassazione annulla la sentenza del Tribunale di Bergamo e rinvia a nuovo ruolo la decisione. La FIMI entusiasta chiede ai magistrati che si torni ad oscurare la famigerata Baia dei Pirati. Il parere dei legali di TPB Francesco Paolo Micozzi, Giovanni Battista Gallus e Giuseppe Campanelli.
La Federazione Italiana Industrie Musicali (Fimi) ha reso noto oggi con un comunicato stampa che la terza sezione penale della Cassazione ha annullato l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Bergamo aveva revocato l’ordine di sequestro, emesso l’estate scorsa da un magistrato locale, contro The Pirate Bay, il motore di ricerca per torrent piu’ popolare del mondo.
“Pirate Bay ha potuto operare impunemente per quasi un anno dopo la decisione del riesame che aveva annullato il sequestro ordinato dal GIP di Bergamo”, ha dichiarato Enzo Mazza, presidente della federazione, “con gravi danni per la musica italiana. Oggi ci troviamo di fronte alla possibilità di ottenere nuovamente il blocco del sito in Italia, così com’era avvenuto nell’agosto del 2008 a tutela della produzione italiana dei contenuti”.
Ma stanno davvero cosi’ le cose? La decisione e’ veramente una batosta giudiziaria per i pirati? E i cibernauti italiani devono forse preoccuparsi che gli sara’ nuovamente proibito visitare la Baia?
Secondo Francesco Paolo Micozzi, l’avvocato cagliaritano che assieme al collega Giovanni Battista Gallus ha assunto la difesa in Italia di uno dei gestori del sito svedese, assolutamente no: “Siamo tuttora in attesa di conoscere le motivazioni della Cassazione, che dovremmo di ricevere a breve,” ha spiegato Micozzi pochi minuti fa. “Ma qualunque esse siano, l’effetto pratico e’ un semplice ping pong procedurale: il Tribunale del riesame dovra’ tornare a valutare la questione, noi abbiamo almeno una decina di argomentazioni a favore dell’annullamento del sequesto, e qualunque sia il risultato chi perde avra’ nuovamente il diritto di fare appello.”
Questo vuol dire che le dichiarazioni trionfaliste in arrivo dalla Fimi sono come minimo un pochino esagerate, piu’ indicative del desiderio di influenzare la percezione della pubblica opinione che di una vera svolta giudiziaria. Per i downloader non cambia e non cambierà nulla, almeno per un bel pezzo a venire. La Baia, più spavalda che mai, resta aperta anche agli italiani.
The Pirate Bay era stato oscurato il 10 agosto 2008, quando la Guardia di finanza di Bergamo, su mandato del Giudice per le indagini preliminari, aveva inviato a tutti gli internet service provider italiani l’ordine di bloccare l’accesso al sito.
Quella decisione (annullata poi, appunto, dal Tribunale del riesame il 25 settembre successivo) aveva scatenato forti polemiche, perché il sito, denunciato dall’industria discografica per favoreggiamento della pirateria, risiedeva in Svezia, così come i suoi gestori, fuori quindi dalla giurisdizione della legge italiana.
Il giudice, per la prima volta in un caso che indagava una possibile violazione del copyright, aveva insomma trasformato un’ingiunzione di sequestro (che normalmente si applica a dei beni fisici, come della refurtiva o della merce avariata) in un ordine di censura digitale preventiva, ordine eseguito in assenza di una condanna, o anche solo di un rinvio a giudizio con possibilità di difesa.
L’avvocato Andrea Monti, presidente dell’Alcei, uno dei gruppi civici italiani piu’ attivi nella difesa delle libertà digitali, ha ribadito proprio questa anomalia in un commento raccolto a caldo dall’Ansa, prima che potesse leggere le motivazione della decisione. Monti sottolinea che la logica legale del sequestro (che è quella di privare l’indagato della disponibilità di un bene) è stravolta quando diventa ordine censorio (perché colpisce una terza parte estranea al contenzioso: il provider di connettivita’ che deve bloccare l’accesso al sito).
Questo, ai comuni mortali, può apparire come un tipico tecnicismo da azzaccagarbugli. Ma la logica di Monti è molto utile per capire come quel sequestro/oscuramento abbia scatenato preoccupazioni che vanno ben oltre il dibattito giuridico o procedurale.
È infatti ben noto che in tutta Europa le multinazionali del copyright hanno fallito nel tentativo di perseguire i singoli downloader (come hanno fatto negli Usa) a causa di una protezione piu’ alta della privacy. E’ anche palese che la loro strategia attuale sia quella di costringere i provider a far i poliziotti per loro. Cosa che la legge al momento non prevede. E che in ogni caso passa semplicemente a qualcun altro la patata bollente, ovvero il fatto che la repressione della pirateria non e’ possibile senza violazione della privacy.
“Ci sono grandi interessi in gioco e molte tensioni nello stesso mondo delle rock star”, ribadisce Giuseppe Campanelli, il terzo avvocato del collegio difensivo della Baia, sottolineando che l’euforia dei discografici e’ prematura, visto che le motivazioni non sono ancora note a nessuno: “Ci aspettiamo dalla Cassazione una sentenza che sappia coniugare i principi giuridici in materia di informatica e la realtà del mercato e della tecnica”, dice ottimista.
E la possibilità strombazzata dalla Fimi “di ottenere nuovamente il blocco del sito”? “Mazza evidentemente non conosce la procedura penale italiana”, ribatte Francesco Micozzi in un ultimo messaggio di precisazione: “L’ultimo comma dell’art. 325 c.p.p. prevede che ‘Il ricorso per Cassazione non sospende l’esecuzione dell’ordinanza’, che in questo caso è appunto quella che ha ripristinato l’accesso al sito.” Insomma – traducendo in volgare – più che un passo avanti verso la sua conclusione, il caso ha fatto un passo indietro.
Articolo di Luca Neri – Fonte: no-copyright.net
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